Intervista a Sydney Possuelo

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Antilopi

Intervista a un esploratore unico nel suo genere

di Marco di Marco

AntilopiLa conversazione con Sydney Possuelo, il grande esperto e difensore degli indios amazzonici, si svolge a Ivrea, a casa dell’amica Odina Grosso Roviera, che ha da tempo indirizzato a queste popolazioni la sua passione per l’incontro con le culture altre ed in questo ha trovato un grande maestro in Sydney, ora suo ospite in Italia.

La passione è il primo sentimento che ti comunica questo famoso sertanistabrasiliano, che ha dedicato la sua vita all’esplorazione dell’Amazzonia e alla protezione degli indios (o meglio degli “indigeni” come spesso preferisce chiamarli).

 

Sertanista: una parola che non ha equivalenti nella nostra lingua, intimamente legata com’è alla storia del Brasile. Una figura, all’origine, tra l’avventuriero e l’esploratore: quello che si avventura nelle lande disabitate del sertão, in cerca di conquiste, ricchezze, o conoscenza. Una figura che nel secolo scorso, per merito di personaggi come il Maresciallo Rondon, i fratelli Vilas-Boas e, “last but not least”, Sydney Possuelo, si è depurata degli aspetti meno nobili per assumere connotati di grande idealismo e devozione alla causa degli indigeni e delle foreste in cui essi hanno dimora.

Dall’avventura alla coscienza

E’ quindi naturale che la prima domanda da porre al nostro interlocutore riguardi la genesi di questa passione nella sua intensa vicenda umana. E la risposta è diretta e disarmante: “Come è nata la mia passione? La motivazione di partenza fu l’avventura. Sono nato nel 1940 a Belo Horizonte nel Minas Gerais e ho studiato a Sao Paulo. E qui, era la fine degli anni ’50, leggevo dei fratelli Vilas-Boas, i famosi sertanisti, e sognavo di fare come loro, di andare nella foresta a fare spedizioni, a scoprire fiumi. Li ho poi conosciuti, e li ho convinti a portarmi in Amazzonia. Ero giovane, e non sapevo niente di niente: niente della vita, e niente degli indigeni, fino a quando non li ho incontrati nello Xingu. Vivendo con loro,cantando le loro canzoni, mangiando lo stesso cibo, ascoltando i loro drammi, in particolare il racconto delle uccisioni da parte dei bianchi: così è nata la mia coscienza ed ha avuto inizio la mia trasformazione. Una trasformazione lenta, che non si è mai interrotta e che continua ancora oggi”.

L’incontro ineguale

In particolare Possuelo ha maturato dalla sua esperienza una convinzione netta sugli esiti disastrosi che finora hanno accompagnato l’incontro ineguale tra l’indigeno è la nostra civiltà. “L’indio – scandisce – perde la sua autonomia, la conoscenza, libertà, salute, si pone in una posizione che lo fa stare sottomesso ad un sistema sociale, economico, politico, filosofico che non ha costruito, che è a lui estraneo”.

Non ci è più dato di illuderci nella funzione civilizzatrice del bianco nei confronti dell’indio. Quest’idea che, ispirata al positivismo tardo-ottocentesco, fu pure alla base dell’indigenismo brasiliano attraverso l’opera di una nobile figura come quella del Maresciallo Rondon, è stata ampiamente invalidata da decenni di soprusi, di stermini, di distruzione delle culture native e del loro ambiente naturale.

Invece la mia idea, ed è un’idea che ho maturato in decenni di esperienza, si può sintetizzare nel modo seguente: se non conosci nessuna soluzione migliore, allora è meglio non metter mano, ma proteggere” afferma perentorio Sydney. E aggiunge: “Non sono contrario allo sviluppo, ma con equilibrio. Dobbiamo dare più tempo alla transizione. Una transizione alla quale siamo noi a doverci preoccupare di essere preparati. Sottolineo: non è vero che loro non sono preparati, siamo noi a non essere preparati. Perché questa transizione non può ridursi ad una loro integrazione, ma deve rispettare le loro tradizioni e la loro cultura. Non sono bruti, ma uomini come noi: con tradizioni, amore, sentimenti, figli!”.

L’esperienza nel FUNAI

Possuelo quest’idea ha cercato di metterla in atto all’interno del FUNAI, l’Ente di protezione degli indios (di cui è stato anche Presidente) creando al suo interno il Dipartimento degli Indios Isolati, che ha diretto per anni, per esserne infine estromesso nel 2006. Su questa vicenda lasciamo di nuovo la parola a Sydney: “Il governo Lula ha lanciato un programma di sviluppo, il cosiddetto P.A.C. (“Programa de Aceleração do Crescimento”) che purtroppo prevede di sfruttare il 30% delle terre degli indigeni per realizzare impianti idroelettrici, tracciare strade, sfruttare estensioni di foresta a fini agricoli, e così via. La dirigenza del FUNAI, venendo meno alle sue finalità istituzionali, ha avallato questa politica: penso ad esempio al presidente Mercio Pereira Gomes, quando ha dichiarato che c’è fin troppa terra per pochissimi indigeni! Con questa affermazione il FUNAI, un organo creato per difendere gli indiani, si schiera di fatto contro di loro. L’aver successivamente contestato in un’intervista queste posizioni ha provocato la mia estromissione dall’Ente. Contro questa svolta, che minaccia di rimettere in discussione le posizioni faticosamente conquistate negli ultimi decenni in termini di tutela degli indios, è in atto un forte movimento degli indigeni”.

Alla ricerca degli “isolati”

Sappiamo che anni di viaggi, esplorazioni, contatti coi nativi hanno condotto Possuelo a maturare una scelta radicale sul rapporto tra gli indigeni e la civiltà. In particolare sul problema degli “Indios Isolati”. Spiega Possuelo: “Gli Indios Isolati sono quelli che vivono in zone inaccessibili della foresta, lontano dalla “civiltà”. La loro vita è una permanente fuga dalla civilizzazione. Si allontanano continuamente perché in vari momenti del passato ebbero a lottare per difendersi da questo fronte bianco nelle sue espressioni di varia origine economica. Conoscono le nostre peggiori caratteristiche, prima tra tutte la nostra ostinazione nel cercare di annullare il differente o assimilarlo. Succede così quando noi non capiamo e diciamo che gli indigeni sono barbari, perché non parlano come noi. Quando siamo arroganti, e vediamo le persone solo come soggetti di consumo. E anche quando in passato abbiamo cercato, in buona fede, di avvicinarli pensando così di aiutarli a entrare nella “civiltà”, abbiamo distrutto la loro cultura. Per non parlare del contagio con malattie per noi innocue, che per loro si sono rivelate mortali”.

E così, nel suo ruolo di responsabile del Dipartimento degli Indios Isolati, Possuelo ha definito e attuato una strategia che prevede la ricerca degli isolati, la “mappatura” del loro territorio, e poi la chiusura dello stesso attraverso dei posti di controllo. “Perché avvicinare gli “isolati”, quando invece occorrerebbe lasciarli così? – si interroga – La contraddizione c’è, ma è il prezzo che dobbiamo pagare per impedire che il contatto, prima o poi inevitabile, avvenga, come abbiamo spiegato, con gli esponenti peggiori della nostra civiltà. Occorre avvicinarli per essere certi della loro esistenza e consistenza ed acquisire le motivazioni necessarie a proteggerli”.

Il discorso si fa sempre più appassionante con la descrizione delle tappe su cui si articola una spedizione di ricerca degli “isolati”: “I limiti della loro terra sono individuati per la prima volta localizzando le malocas con foto dall’alto. Però dall’aereo non si vede tutto e si raccoglie solo una parte delle informazioni. Poi dobbiamo avvicinarci per terra e lungo i fiumi, fare un’investigazione. Si tratta di spedizioni fatte con un capo (il sertanista), alcuni bianchi e vari indigeni che abitano i territori limitrofi. Camminando scopriamo dove gli isolati dormono, dove sono passati andando a cacciare e a pescare, e così possiamo più o meno dimensionare il loro territorio. Tracce, rami rotti, fuoco. Ogni rilevazione è mappata col GPS. In questo modo si possono individuare anche tutti gli estranei – madereiros, pescatori, ecc. – che sono entrati nel territorio. In 3-4-5 mesi si ha un ritratto abbastanza preciso della situazione e si è così in grado di chiudere l’area così delimitata, dopo averne espulso tutti gli estranei con le loro attività.  A questo punto si stabiliscono dei Posti di Vigilanza e Protezione, che servono a garantire l’effettivo isolamento dell’area e a monitorare costantemente la situazione”.

Il mio ricordo di un lontano viaggio (1995) nella valle del Rio Javarì induce Possuelo a rievocare la spedizione – tra le più impegnative – che nel 1996 lo portò a demarcare ed isolare l’area dei Korubo, tribù da decenni in lotta contro la penetrazione dei bianchi. E’ una storia, quella dei Korubo, che ci fa capire la grande difficoltà di un incontro tra la nostra “civiltà” e quella dei nativi. Sono decenni di scontri sanguinosi in cui la resistenza dei Korubo ha fatto loro guadagnare il nome dispregiativo di “caceteiros” (spacca-testa). Giustamente Possuelo – che pure in questa spedizione perse uno dei suoi più stretti collaboratori per mano di un Korubo – rifiuta questo appellativo.

Adesso, con la cacciata del grande sertanista, tutto è diventato più difficile e la politica di protezione degli indios isolati segna il passo. Ed anche i risultati sin qui conseguiti potrebbero essere messi in discussione. Che fare, allora? “Dopo l’estromissione dal FUNAI ho fondato l’IBI (Instituto Brasileiro Indigenista). Come IBI sono impegnato a promuovere una politica sudamericana di protezione dei popoli isolati. Già nel 2005 abbiamo organizzato il primo incontro internazionale a ciò dedicato. E’ un’iniziativa che va al di là del Brasile, anche perché ci sono piccoli ma incoraggianti segnali che altri stati (Colombia, Bolivia, Perù) si comportano in maniera diversa”.

Una scelta drammatica

Prima di accomiatarsi, Possuelo – pur conscio delle enormi difficoltà – mi consegna una sua ultima appassionata professione di fede: “L’incontro con gli indigeni isolati prima o poi deve avvenire. Ma non è giusto che sia la nostra società a deciderne i tempi. La loro sorte dipende da noi: dalla nostra visione del mondo, dalla nostra umanità, dalla nostra comprensione del mondo. E, mentre loro stanno aspettando, abbiamo di fronte a noi una scelta drammatica: ammazzarli come sempre, oppure preservarli, rispettarli, permettere loro di vivere la loro vita tradizionale. Senza dimenticare che sono stati loro che per millenni (e possono esserlo ancora) hanno custodito quelle foreste da cui tanto dipende la salvezza del nostro pianeta. Ne conoscono i segreti, che con la loro morte fisica o culturale rischiano di rimanere per noi tali per sempre. In questo contesto la nostra lotta per tenerli isolati serve soltanto a farci guadagnare tempo per la nostra ascensione spirituale, etica, morale, per essere alla loro altezza nel momento, inevitabile, dell’incontro. Non sono loro a dover crescere per raggiungere il nostro livello: al contrario siamo noi a doverci elevare al loro!”.

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