Verso un nuovo umanesimo planetario

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I post di Luciano Valle
Dall'ecologia all'ecosofia

I leitmotiv del pensiero di Luciano Valle, autore del recentissimo “Dall’ecologia all’ecosofia

di Luciano Valle

Dall'ecologia all'ecosofiaSe mi si chiede di declinare il concetto di bellezza, metterei senz’altro al primo posto la categoria del silenzio o, meglio, dell’apertura, definita dal silenzio, allo scenario della bellezza. Senza il silenzio non c’è bellezza: non parlo solo del silenzio fisico – che è già un grande risultato – ma di un silenzio più profondo, di quello che la mistica cristiana e la mistica orientale chiamano “vuoto”. Un uscire da questo io, dalle categorie egocentriche di un Cartesio,che definiva l’uomo “padrone e possessore del mondo”.

Silenzio, allora, su questo allargamento smisurato dell’io.

 

Se faccio silenzio dentro di me e mi sforzo di uscire dalle mie categorie (che, per quanto collaudate, sono però sedimentate nella storia negli usi, nei costumi, nelle tradizioni), in questo silenzio sento e guardo con stupore, e mi apro al mondo, alla natura, alla creazione.

Se guardo con stupore, con lo sguardo dell’innocenza originaria, all’Appello che la natura/mondo/creazione mi invia, mi accorgo che lì c’è un linguaggio, c’è una pluralità di linguaggi e che questi sono i linguaggi del mondo, e che tutti insieme costituiscono il linguaggio del cosmo: linguaggio del vento, linguaggio della pioggia, linguaggio del sole, linguaggio della luna, linguaggio della lucertola, linguaggio del filo d’erba,  linguaggio del fiore, linguaggio della foresta. Insomma, la complessità dei linguaggi, di fronte alla quale mi accorgo di come, all’inizio di questo Terzo Millennio, la scienza in dialogo con l’etica e la tecnica possa aiutarmi a capire meglio il mondo.

Come accade quando la botanica – con i ricercatori delle Università di Firenze e di Bonn – incomincia a rivelarci l’esistenza di nuclei neuronali alle radici delle piante, che si avvalgono di un mediatore chimico chiamato “auxina”. Come accade con la scienza etologica, che continua ad esplorare e ad approfondire i caratteri emotivi e cognitivi del mondo animale. Gli studi dell’italiano Vallortigara, ad esempio, hanno portato allo scoperto l’intelligenza delle galline. Eravamo abituati a Lorenz, a von Frisch, a Tinbergen, e ai loro studi sul linguaggio delle anatre, sul linguaggio delle api, sul linguaggio dei gabbiani …

Adesso la ricerca scientifica avanza e ci parla dei linguaggi di una natura dove tutto appare pieno di anima, di “ruah” (per riprendere il ragionamento di Giovanni Paolo II) o di psiche (al modo dei filosofi greci).
Allora il mondo naturale è un mondo con cui devo dialogare perché anche lì c’è il logos. E il mio logos va inserito nei dinamismi di tutti gli altri logoi distribuiti nelle creature, logoi naturali: in cui si viene così ad incarnare, nelle differenze ontologiche, il logos divino. Appare così crollare la tassonomia stoico-aristotelica che ha retto la storia dell’Occidente, che poneva a fondamento il logos di Dio, poi, subordinato, il logos dell’uomo, infine il resto del mondo sottomesso al dominio dell’uomo. Ecco: in questo Terzo Millennio stiamo iniziando un nuovo viaggio, come nuovi Colombo, verso un umanesimo inedito, planetario.

Aveva ragione Einstein a parlare della necessità di nuovo umanesimo; solo che il grande scienziato non aveva la padronanza dei vari codici e dei vari linguaggi della natura. Oggi chiamiamo in soccorso le scienze, le culture, che vengano ad insegnarci quale forma di “rivoluzione copernicana” stia avvenendo.

Perché se il mondo è fatto di logoi, se tutto è un “cantico della creazione”, allora siamo di fronte all’inizio di una Pentecoste cosmica, di un incrocio dei linguaggi che devono studiarsi, capirsi, intrecciarsi; siamo di fronte a rivoluzioni mentali, culturali enormi.

A questo punto è evidente che io trovi la conferma della mia scelta etica, iniziata circa venti anni fa, di non cibarmi più di cibi animali – e lo dico da filosofo cattolico, con un’impostazione neofrancescana, neoschweitzeriana, neogandhiana. Aveva ragione Rifkin quando vent’anni fa – il suo libro Ecocidio è del 1992 – sottolineava come, per porre termine all’ecocidio che sta mettendo a rischio la salute e forse anche la vita del Pianeta, si renda necessaria un’immensa rivoluzione del modo di pensare, di sentire, di agire.

Di questa rivoluzione – che si manifesta anche con l’amore e l’empatia per il Creato e le creature non umane (“la bella d’erbe famiglia e di animali”, col Foscolo dei Sepolcri) ovvero per la Terra come Casa comune, autentico Oikos dell’uomo – via decisiva è l’abbandono del regime carneo.

Un regime iniziato anche attorno al bacino del Mediterraneo con la discesa dei popoli Kurgan (indoeuropei) circa il 2300 a.C. (Grecia) e diventato egemone sulla precedente civiltà “gilanica”, in cui era presente una diversa ispirazione ai valori di dialogo, collaborazione, amicizia e rispetto per le creature animali non umane.

Se Einstein, Gandhi, Schweitzer possono essere scelti oggi come icone del nuovo umanesimo planetario, ecosofico, vegetariano che avanza, è Leonardo che, all’inizio della modernità, va innalzato a fondamento di questo percorso. Quel Leonardo, sintesi di arte, scienza, etica, tecnica, religione, che invitava a studiare gli uccelli per imparare l’intelligenza del volo, e li liberava dalle gabbie di cui erano prigionieri. E che, infine, ricordava: “Fin dalla giovinezza ho rinunciato all’uso della carne […] Verrà un giorno che gli uomini considereranno l’omicidio di un animale alla stregua dell’omicidio di un essere umano”.

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