Societa’ sicuritaria e deresponsabilizzazione: conseguenze sulla libertà in montagna

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Mindino

Direttamente dall’International Mountain Summit, la sintesi dell’intervento del prof. Salsa alla conferenza “La libertà delle proprie scelte, la libertà in montagna”- Bressanone, 24 ottobre 2012

di Annibale Salsa

MindinoUno dei tratti costitutivi più rilevanti della società contemporanea è rappresentato dalla ricerca ossessiva della sicurezza ad ogni costo. Ci troviamo al centro di quella che molti scienziati sociali hanno definito “società sicuritaria” o “società del rischio”. Tale società si ispira a modelli culturali nei quali il calcolo del rischio non ammette gradi di approssimazione o di errore. Tutto deve rientrare all’interno di una prevedibilità matematicamente e statisticamente fondata. Anche l’esperienza vissuta e la pratica consuetudinaria non possono essere ritenute sufficienti. In tale valutazione del rischio, l’oggettività dell’approccio riduce sensibilmente la rilevanza soggettiva della responsabilità etico-morale. Si creano, in tal modo, i presupposti della de-responsabilizzazione. Una distinzione significativa e che non risulta essere affatto bizantina è quella fra il concetto di rischio ed il concetto di pericolo. Nella misura in cui il rischio calcolato è in grado di prevedere ogni situazione, l’alea del pericolo non ha più alcun senso. Si produce così lo scontro fra la cultura della prevedibilità (rischio) e quella della imprevedibilità (pericolo).

 

La prima appartiene alla società tecno-scientifica, la seconda alla società pre-scientifica e pre-moderna. Se trasferiamo tali assunti epistemologici alla pratica della montagna, andiamo incontro al grande conflitto fra libertà e sicurezza. Un conflitto che rimanda al freudiano “disagio della civiltà” secondo il quale un incremento di libertà fa arretrare i livelli di sicurezza, mentre un incremento di sicurezza fa arretrare gli spazi di libertà. L’egemonia della tecnica e la visione tecnicistica della realtà impongono la codificazione di protocolli che vorrebbero garantire e mettere al riparo chi pratica o organizza attività pericolose dai danni morali e materiali derivati dall’esercizio di tali pratiche. In questa ottica, ogni incidente o errore non viene più imputato alla imprevedibilità degli eventi, a quell’imponderabile che appartiene alla natura delle cose, bensì alla violazione “misurabile” delle regole e delle procedure. Scatta quindi l’effetto blaming, ossia l’attribuzione ineluttabile di una colpa. Demandare in senso assoluto alla tecnica, alla strumentazione, all’abbigliamento la garanzia della sicurezza conduce, quindi, a ridurre le  misure di autodisciplina e di autoresponsabilizzazione. La casistica di molti incidenti di montagna è riconducibile proprio a tale concezione del rischio calcolato. Ma, a questo punto, entra in gioco la libertà e l’imprevedibilità. L’ambiente montano non è un ambiente artificiale in cui si possa eliminare quasi interamente l’incertezza. Gli ambienti naturali travalicano l’onnipotenza della tecnica e aprono alla libertà della scelta fondata sull’esperienza individuale, sulla trasmissione culturale, sulla capacità e l’intuito nell’interpretare i fenomeni. La montagna non è una tecnostruttura. E’ spazio fisico e mentale che insegna il senso del limite invalicabile: limite relativo a ciascuno di noi e non certo calcolabile in senso oggettivo e assoluto. Nella società del no limits le protesi tecnologiche danno l’illusione di una “volontà di potenza” governabile e accrescibile a piacere. L’alpinismo, perciò, deve essere riconosciuto come l’oasi, forse l’ultima, della libertà umana.

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