Ragionando sull’anno internazionale delle foreste: inselvatichimento e domesticità

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Paesaggio, specchio riflettente delle comunità che vivono su di un determinato territorio; in sintesi, specchio identitario di noi stessi

di Annibale Salsa

L’anno 2011 è stato l’anno internazionale delle foreste. L’attenzione al ruolo dei boschi diventa strategica in una fase della stori ambientale, come la nostra, in cui lo sfruttamento forestale a livello mondiale (grandi foreste pluviali) ha subito una forte accelerazione a causa dell’effetto moltiplicatore delle tecnologie industriali al servizio della speculazione commerciale. Proprio queste nuove tecnologie mettono a rischio la sopravvivenza dei grandi polmoni della Terra quali sono le foreste.

Ancora una volta, è il dominio incontrastato della tecnica, legata agli interessi dell’economia del no limits, a condizionare pesantemente l’etica.

 

Sarebbe però ingenuo pensare che nel passato pre-industriale le cose stessero diversamente.

Il secolo XIX, in conseguenza di un forte incremento demografico sulle Alpi, ha impoverito le risorse forestali mettendo a rischio il patrimonio boschivo e la stabilità dei versanti delle montagne. In particolare, i pendii esposti a Sud –  definiti in molti settori alpini secondo denominazioni diverse come si desume dai toponimi (solivo in Lombardia, solaiolo in Val di Fiemme, Sonnenseite o Sonnenberg nel vicino Sudtirolo, adret nelle valli francoprovenzali, adrech nelle valli occitane ecc.) – sono stati spesso letteralmente “pelati”, con pesanti conseguenze per i dissesti idrogeologici e per la caduta devastante delle slavine. Da ciò sono maturate le ragioni che hanno condotto all’inasprimento delle norme sanzionatorie in materia forestale. Già le leggi napoleoniche imponevano divieti di pascolamento libero delle capre. In tale contesto diventava importante l’opera di sensibilizzazione educativa dei giovani sul ruolo delle coperture boschive attraverso la creazione della “festa degli alberi” ed altre iniziative a sfondo didattico-pedagogico. In Trentino, l’attenzione verso le foreste è stata sempre elevata. Molte buone pratiche del passato rimandano alle carte della Magnifica Comunità di Fiemme, nata a seguito della stipula dei Patti Gebardini (14 Luglio 1111), con cui il Principe Vescovo Gebardo concede agli abitanti della valle l’autonomia nella gestione dei preziosi boschi. Considerazioni analoghe valgono per la Comunità delle Regole di Spinale e Manèz nelle valli Giudicarie, la cui prima testimonianza scritta risale al 1249. In Trentino, le proprietà dei boschi hanno privilegiato le comunità rispetto ai privati assegnando ruoli importanti agli usi civici. Nel contiguo Sudtirolo, invece, la proprietà dei boschi si lega all’Istituto del maso chiuso ereditario (Anerbenrecht) ed il bosco si inserisce in proporzione equilibrata con gli ampi spazi aperti (prati e campi), favorendo elevati standard di biodiversità e di qualità paesaggistica. Le pratiche di dissodamento medievali promosse dalla feudalità attraverso la colonizzazione tedesca (bavaro-tirolese ad Est e alemannico-walser a Ovest) avevano come obiettivo quello di favorire l’agricoltura residenziale attraverso l’esbosco e lo spietramento. Come per ogni attività umana, si impone una lettura dei fenomeni in chiave dinamica e storica. La rottura degli equilibri fra spazi chiusi forestati (Enclos) e spazi aperti agricoli e pastorali (Openfield) ha portato alla situazione critica dell’Ottocento ed all’urgenza di porre rimedio agli eccessi. Spesso, romanticamente, si guarda al passato (prossimo) con occhio nostalgico e con enfasi retorica. Spesso si attribuiscono doti morali ad epoche passate in contrapposizione alla desertificazione etica di oggi. Non vi è dubbio che i nostri antenati avessero una “cultura della cura” del territorio più marcata rispetto ai nostri giorni. Ma i limiti della tecnica pre-moderna sono stati spesso interpretati come limiti etici. Oggi che la tecnica industriale avanzata può diventare devastante, l’etica della responsabilità deve prendere il sopravvento. Non essendovi più limiti tecnici, si impongono limiti etici che la “Politica” deve tradurre in atti concreti di governo del territorio. Ne consegue che il rapporto fra “selvatichezza” (dominio del selvatico) e “domesticità” (spazi dell’umano) si sta capovolgendo a favore di un inselvatichimento di bassa qualità forestale. L’abbandono delle attività rurali tradizionali (sfalcio dei prati, agricoltura di montagna, pascolamento delle malghe, governo intelligente del bosco) tende a favorire l’invasione degli spazi aperti da parte di cespugli ed arbusti che, in base alle leggi forestali vigenti, vengono classificati come aree boscate. Negli ultimi dieci anni, in alcuni comprensori delle Alpi, si è registrato un avanzamento dell’inselvatichimento arbustivo dell’ordine del 30%. La perdita di bio-diversità è scontata e la dequalificazione paesaggistica segue a ruota. Che fare? Il rischio di stabilire dei dogmi ambientali declinati in senso assoluto è sempre alto. Come accade per tutto ciò che concerne la natura e l’uomo, un sano relativismo storico si impone. L’inselvatichimento rende monotono l’ambiente poiché l’uomo si ritira. L’emergenza dei tempi nuovi richiede, ai fini di una riqualificazione dello spazio alpino, un’inversione di tendenza, magari con qualche revisione delle leggi forestali pensate in un contesto storico diverso. La montagna ha di nuovo bisogno dell’uomo, altrimenti la Natura selvatica rischia di inghiottire tutto, prati e pascoli in primo luogo. Forse è arrivato il momento storico favorevole per sostituire alla “festa degli alberi” la “festa dei prati”. Molti cittadini e turisti sono, infatti, convinti che i prati ed i pascoli siano spazi naturali e che i Parchi naturali siano dei giardini zoologici dove vedere e fotografare animali a piè sospinto, meglio se lupi e orsi. Anche su questi temi del re-inselvatichimento animale occorre riflettere in termini scientificamente ecologici e non ideologicamente ecologistici, se si vuole dare spazio all’agricoltura di montagna come nel vicino Sudtirolo o nelle valli di Svizzera e Austria. Investire sul paesaggio culturale della montagna alpina diventa un imperativo morale e sociale per favorire concretamente e non retoricamente il ritorno dei giovani alle attività agro-silvo-pastorali intese anche quali presidi del territorio.

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