Libertà e sicurezza in montagna

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I post di Annibale Salsa Territorio
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Da un paio di mesi è in libreria l’ultimo volume di Annibale Salsa, dal significativo titolo Alpi e libertà (Tip. Ed. TEMI) raccolta degli articoli pubblicati sul quotidiano trentino <<L’Adige>> a partire dall’anno 2010 e scritti vari ad essi complementari. Il comune argomento è l’approfondimento dei temi riguardanti i territori alpini.

In questa stagione estiva, riteniamo utile evidenziare – facendole nostre – talune delle osservazioni dell’articolo Libertà e sicurezza in montagna (pagg. 86 e segg. volume cit.):

<<….Uno dei tratti più rilevanti della società contemporanea è rappresentato, infatti, dalla ricerca ossessiva della sicurezza ad ogni costo. Ci troviamo al centro di quella che molti scienziati sociali hanno definito “società securitaria” o “società del rischio”. Il concetto di rischio calcolato nasce nell’ambito delle società di assicurazione nel secolo scorso allorquando, soprattutto le compagnie di navigazione (i Lloyd), hanno messo a unto strumenti assicurativi finalizzati a risarcire i rischi della perdita delle merci. Il calcolo del rischio non ammette, infatti, gradi di approssimazione o di errore. Tutto deve rientrare all’interno di una prevedibilità matematicamente e statisticamente accertabile.  Anche l’esperienza vissuta e la pratica consuetudinaria non possono essere ritenute sufficienti. In tale valutazione del rischio, l’oggettività dell’approccio riduce sensibilmente la rilevanza oggettiva della responsabilità personale in senso etico-morale… Nella misura in cui il rischio calcolato è in grado di prevedere ogni situazione, l’alea del pericolo non ha più alcun senso, tanto da suscitare scandalo. La cultura del pericolo è legata a società e culture che affidavano la speranza dell’incolumità a pratiche magiche o religiose. Si è prodotto, così, uno scontro fra due culture: la cultura della prevedibilità (rischio) e quella della imprevedibilità (pericolo). La prima appartiene alla società tecnico-scientifica, laica e secolarizzata; la seconda alla società premoderna, salifica o fatalistica.  Se trasferiamo tali assunti teorici alla pratica della montagna, andiamo incontro al grande conflitto tra libertà e sicurezza. Un conflitto che rimanda al freudiano “disagio della civiltà”, secondo il quale la crescita di libertà fa arretrare i livelli di sicurezza, mentre l’incremento di sicurezza fa arretrare gli spazi di libertà: L’egemonia della tecnica (tecnocrazia) e la ricerca di un tecnicismo senza limite impongono, pertanto, la messa a punto di protocolli finalizzati a rilasciare garanzie assolute. Lo scopo dichiarato è quello di porre al riparo chi pratica o organizza attività pericolose  dai danni morali derivati dall’esercizio di tali pratiche. In questa ottica, ogni incidente non viene più imputato all’imprevedibilità degli eventi, alla dimensione dell’imponderabile che appartiene alla natura delle cose, bensì alla violazione “misurabile” delle regole e delle procedure. Scatta, quindi, quell’automatismo che l’antropologa inglese Mary Douglas ha definito “effetto blaming”, ossia un dispositivo psicologico-culturale che va sempre e comunque alla ricerca di un responsabile, di un colpevole in ogni accadimento. Demandare in senso assoluto alla tecnica , alla strumentazione, all’abbigliamento la garanzia della sicurezza conduce pertanto a ridurre drasticamente le misure di auto-disciplina e di auto-responsabilizzazione. La casistica di molti incidenti di montagna recenti è riconducibile proprio a tale concezione moderna del rischio calcolato. A questo punto, entra in gioco la libertà e l’imprevedibilità delle situazioni. L’ambiente montano non è un ambiente artificiale in cui si possa eliminare quasi del tutto l’incertezza. Gli ambienti naturali travalicano l’onnipotenza della tecnica e aprono alla libertà della scelta fondata sull’esperienza individuale, sulla trasmissione culturale, sulla capacità e l’intuito nell’interpretare i fenomeni naturali. La montagna non è una tecnostruttura. E spazio fisico e mentale che insegna il senso del limite invalicabile. Limite relativo a ciascuno di noi e difficilmente calcolabile in senso oggettivo ed assoluto. Nella società del no limits le protesi tecnologiche alimentano la volontà di potenza e danno l’illusione di una sicurezza governabile e accrescibile a piacere. L’alpinismo, invece, è l’oasi – forse l’ultima – della libertà umana e, come tale, deve essere riconosciuto>>.

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