La bellezza deve governare il mondo

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Etica ambientale I post di Luciano Valle

La bellezza come chiave della sostenibilità

di Luciano Valle

Dall'ecologia all'ecosofiaCresce il pericolo oggi nel mondo. Non soltanto perché aumenta il livello di CO2, ma anche perché ogni giorno spariscono 60 specie viventi e ogni anno spariscono 12 milioni di ettari di foresta, mentre si desertifica una superficie pari all’insieme di Piemonte e Lombardia.

Perché, soprattutto, continua quell’impostazione di vita e di etica antropocentrica che è insopportabile e insostenibile non solo per l’equilibrio della vita, ma anche per la dignità degli esseri viventi, umani e non umani.

Sono trascorsi appena 25 anni da quando il Rapporto Brundtland proclamò la necessità dello “sviluppo sostenibile”. Una categoria gloriosa, ma che ormai appare inservibile, banalizzata come oggi si presenta. “Sostenibile” per chi?

Solo per noi esseri umani? E’ “sostenibile” uno sviluppo che elimina 60 specie viventi al giorno? E’ “sostenibile” uno sviluppo in cui quattro anni fa per un’errata valutazione sono sparite dal nostro paese 25 miliardi su 50 di api?

 

“Ma dove c’è il pericolo cresce anche ciò che ci salva”. Le parole di un grande poeta, Friedrich Hölderlin, ci sono di ispirazione per avviare la più grandiosa mobilitazione di energie mentali, spirituali, culturali mai avvenuta nella storia, cui è chiamata l’umanità in questo primo scorcio di millennio. Una mobilitazione che per James Lovelock, uno tra i maggiori scienziati dell’ambiente, dovrà  essere superiore a quella che nel 1940 fermò a Dunkerque la barbarie nazifascista. Lovelock lo afferma nel suo ultimo libro (“La rivolta di Gaia”), dove arriva seriamente a pensare che il genere umano possa sparire entro la fine del secolo: proprio lui che in passato non aveva mai assunto una posizione pessimista, era stato anzi accusato da alcuni settori delle culture ambientaliste di eccessivo ottimismo per aver sostenuto che “Gaia”, la Terra, è generosa, riassorbe, smaltisce e metabolizza tutto … Una grande mobilitazione mentale e culturale, sotto il segno di una “ecologia interiore”, di un nuovo “ambientalismo dello spirito”, come auspicava nel 1992 l’allora vicepresidente USA Al Gore, anticipando, nel libro “La Terra in bilico”, il ragionamento di Lovelock. A tal punto ci hanno portato le contraddizioni etiche e materiali presenti nel modo di sviluppo del genere umano, nel tipo di rapporto etica-tecnica!

Una volta che ne se ne abbia la percezione – e si sia quindi consapevoli di quanto la situazione sia grave – non credo comunque che una risposta adeguata e all’altezza richiesta dalla sfida della tecnica possa scaturire dalla cosiddetta “euristica della paura”, di cui ci parla Hans Jonas. Non basta, in altre parole, chiamare l’umanità a unirsi, a “federarsi” per sopravvivere, a stringersi in una sorta di patto neo-leopardiano – il Leopardi della “Ginestra” – di fronte al rischio di una catastrofe.

La risposta è, invece, quella che proponevano la grande teologia e la grande filosofia ortodossa alla fine dell’Ottocento, a partire da Dostoevskij: “La bellezza salva il mondo”. E poi, vent’anni dopo Dostoevskij, possiamo ritrovarla in una commedia che è tra le opere più fini della cultura umana, “Lo zio Vanja” di Cechov. “Perché continuiamo ad abbattere le foreste?” si interroga il medico protagonista della storia: le foreste custodiscono la bellezza, sono il segno della bellezza, e senza bellezza l’umanità come fa a vivere? Ed è la stessa risposta che possiamo ritrovare in Platone, nel taoismo, nel buddhismo, nel cristianesimo primitivo, nella cultura dei popoli nativi, con un ritorno alle nostre radici che ne sia anche un rilancio, un’attualizzazione per l’oggi: è la bellezza che deve governare la tecnica, è la bellezza in tutte le sue declinazioni – estetica, ontologica, etica, spirituale – che deve governare il mondo!

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