L’Africa e le energie rinnovabili

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Antilopi

Un continente tra sviluppo sostenibile e nuovi colonialismi

di Marco di Marco

Il primo Africa Carbon Forum, svoltosi a Dakar nel settembre 2008, aveva evidenziato come l’Africa, pur essendo il continente più colpito dai cambiamenti climatici e nonostante le sue enormi ricchezze naturali e potenzialità ambientali, fosse la regione meno beneficiata dai meccanismi previsti dal Protocollo di Kyoto. Solo l’1,4% dei progetti sviluppati grazie a tali meccanismi, era infatti destinato all’Africa, che potrebbe reggerne invece 3.200 in campo energetico a bassa emissione di CO2, installando in tal modo più di 170GW di capacità produttiva (il doppio di quella attuale).

 

Nell’aprile dello stesso anno si era aperta, sempre a Dakar, la Conferenza Internazionale sulle Energie Rinnovabili in Africa. Nel discorso introduttivo Bernard Zoba, Commissario dell’Unione Africana alle Infrastrutture e all’Energia, affermava: “Oltre 600 milioni di africani non hanno accesso all’elettricità e ben 35 Paesi su 53 del Continente rischiano continue interruzioni nella fornitura. In simili condizioni le energie rinnovabili sono un’autentica soluzione per le aree più isolate. Installare pannelli solari e pale eoliche, lì dove non arriva la corrente elettrica, è sufficientemente semplice. Dare l’accesso all’elettricità a quel 70% della popolazione africana, che oggi non ce l’ha, significa cominciare ad abbattere la barriera tecnologica, che divide il nord dal sud del mondo”.

Un intero continente – quell’Africa da molti ritenuta estranea a problematiche di avanguardia – entrava così in scena da protagonista in quella fase storica che Rifkin ha definito “Terza Rivoluzione Industriale” e che in questi anni “fa uscire il mondo dalla ‘geopolitica’ che caratterizzò il 20° secolo e lo fa entrare nella ‘politica della biosfera’ del 21°”. Una svolta confermata dalle successive edizioni del Forum: dopo Nairobi (2010) e Marrakech (2011), nell’anno 2012 ad Addis Abeba i lavori del quarto Forum hanno segnato importanti progressi verso uno sviluppo più maturo nel mercato del carbonio, identificando gli strumenti (soprattutto finanziari) che dovrebbero finalmente consentire di applicare con successo in Africa il Clean Development Mechanism (CDM), con gli altri meccanismi di riduzione delle emissioni previsti dal Protocollo di Kyoto.

Le energie rinnovabili in Africa

Si è aperta così una vicenda, dagli esiti per nulla scontati, che in ogni caso offre una prospettiva di grande interesse al futuro dell’Africa. Una vicenda, questa, molto poco conosciuta da noi, e che ci offre l’immagine, paradossale, di un continente che proprio nella sua arretratezza può trovare le chance di proiettarsi verso soluzioni di avanguardia, mentre l’Europa arranca appesantita dall’eredità di tecnologie non rinnovabili.

Solare, geotermico, eolico, idroelettrico, biocarburanti: tutti settori in cui l’Africa, per la ricchezza di risorse naturali, può diventare – e lo sta diventando – un immenso laboratorio di sperimentazione.

Lo scontro sarà, come da noi (ma lì in maniera più drammatica), tra chi punta sulle energie rinnovabili per avviare uno sviluppo realmente sostenibile e rispettoso dell’uomo e della natura, e chi invece pensa di poter continuare il vecchio modello di sviluppo con operazioni di cosmesi tecnologica. Perché in effetti le energie rinnovabili, pur tenuto conto delle tecnologie avanzate che le supportano, hanno caratteristiche intrinseche di flessibilità e di reperibilità che si prestano molto bene ad una situazione, quella del Sud del Mondo, ed in particolare dell’Africa, in cui sono ancora assenti in larghi tratti del territorio le infrastrutture (linee elettriche) tradizionalmente necessarie al trasporto delle energie prodotte dai grandi impianti.

Una breve carrellata sulla “corsa” alle energie rinnovabili, che si sta svolgendo in Africa, può servire a comunicarci una sensazione più precisa del  cambiamento in atto.

Il solare

L’energia solare, trasformata in elettricità attraverso moduli fotovoltaici, può essere fruita ovunque, senza stendere linee elettriche per centinaia di km (così come la telefonia mobile sta arrivando negli angoli più sperduti dell’Africa, saltando a piè pari la fase della telefonia fissa). Così la creatività degli inventori  studia ingegnosi apparecchi solari – lanterne solari, pozzi solari, computer solari, apparecchi acustici solari … – per offrire tecnologie di facile accesso. Nello stesso tempo si aprono cantieri in tutta l’Africa per realizzare grandi centrali fotovoltaiche, sfruttando il notevole potenziale solare di vaste zone del continente. Ricordiamo, tra i tanti progetti realizzati o in corso d’opera: l’impianto di Sunninghil in Sudafrica (675 MWh all’anno, il 5% del fabbisogno energetico del paese), quello di Garissa, in Kenya (50 MW) e infine quello di Nzema in Ghana, che, con i suoi 155 MW prodotti da una distesa di 630.000 pannelli, si candida ad essere il più grande del continente.

Ma il fotovoltaico è solo una delle due opzioni per la trasformazione di energia solare in energia elettrica. L’altra è il solare termodinamico, una tecnologia che utilizza l’energia solare raccolta da specchi parabolici per generare (riscaldando a 800°C un fluido termovettore) il vapore necessario ad azionare le turbine. Naturalmente l’Africa, con i suoi grandi spazi, è una naturale candidata alla sua applicazione. Come risulta dal rapporto presentato al governo tedesco dai fisici G. Knies e F. Trieb, l’Europa entro il 2050 potrebbe ricavare tutta l’energia necessaria da questa fonte, ricoprendo di specchi 160Kmq di Sahara. Su questo scenario è nato il progetto Desertec, che potrebbe soddisfare il 15% del fabbisogno di energia elettrica dell’Europa con la produzione di 100 GW di energia elettrica, equivalente a quella di 10 centrali nucleari.

L’eolico

In Kenya un consorzio danese ha dato inizio nei primi mesi del 2012 ai lavori per la messa in opera di 365 turbine della potenza di 850 kW – il più grande parco eolico del mondo – nell’area del Lago Turkana, per una capacità totale di 300 MW. In Etiopia è entrato in funzione l’anno scorso, realizzato  da un gruppo francese, un parco eolico da 120 MW a Mekelle nel Tigray mentre si annuncia la costruzione di un secondo parco eolico da 400 MW a Debre Berhan, 130 km a nord di Addis Ababa. In Tanzania è in fase di completamento un impianto da 100 MW nella regione centrale di Singida. Anche il Rwanda, con l’aiuto del Belgio, sta studiando l’applicazione dell’energia eolica.

Il geotermico

E’ una delle fonti energetiche più presenti sul continente africano: si parla di una potenzialità complessiva di 7.000 MW. Di questi, più della metà sarebbero distribuiti lungo l’intera Rift Valley, che si propone quindi come il fulcro della geotermia africana: già nel 2003 a Nairobi nell’ambito dell’Environment Program dell’ONU (UNEP) si era stabilito di arrivare a produrre, nel 2020, ben 1.000 MW di energia elettrica geotermica in Africa Orientale. Così il Kenya, che nel 2008 produceva 115 MW di elettricità dal geotermico ha in progetto l’attivazione di impianti di nuova generazione in grado di produrre un totale di 70 MW annui tramite un sistema di pozzi geotermici (per saggiare la consistenza di questo obiettivo è sufficiente sapere che attualmente il Kenya produce energia elettrica per circa 1.000 MW, soprattutto con impianti idroelettrici che sono sempre più in crisi a causa della diminuzione delle piogge indotta dal cambiamento climatico). Con questo la Rift Valley diventerà nei prossimi anni un campo di sperimentazione fondamentale per lo sviluppo di questa risorsa energetica in tutto il resto del mondo.

Antilopi

L’idroelettrico

A differenza di eolico, solare e geotermico, l’energia idroelettrica ha già una lunga storia in Africa. Si va dalla diga di Kariba negli anni ‘50, a quelle di Aswan e Cahora Basa, terminate negli anni ‘70, fino alla pausa degli anni ‘80 e poi alla ripresa attuale, con un forte protagonismo di Cina e Sudafrica. Anche se a detta degli esperti il potenziale idroelettrico africano sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno energetico del continente (mentre finora ne è stato sfruttato solo il 6%), destano grandi perplessità i possibili impatti negativi di queste grandi opere, sul piano sociale, ambientale ed economico. Emblematico è il progetto “Grand Inga”, il sistema di dighe che si vuole realizzare nel Congo ex Zaire: 39.000 MW (quasi due volte la diga delle Tre Gole sullo Yangzi in Cina, o anche pari a 23 grandi centrali nucleari) per approvvigionare di energia elettrica Sudafrica, Nordafrica ed Europa. Ed è proprio la Cina a fare la parte del leone in un’impresa  finanziata con 56 miliardi di euro dalla Banca Mondiale. Per non parlare dei progetti di Bujagali (Uganda), di Merowe (Sudan) sul fiume Nilo, e Gibe 3 nella valle del fiume Omo (Etiopia), che destano non poche perplessità, anche loro per i pesanti impatti sociali, ambientali ed economici.

Le bioenergie

L’estendersi di piantagioni di soia, colza, girasoli, mais, canna da zucchero, barbabietole, a scapito della produzione di cibo, è devastante in una realtà a forte crescita demografica, come l’Africa.  Perché ciò non accada si dovrebbero utilizzare soltanto residui ed eccedenze di coltivazioni agricole e forestali, rifiuti urbani, eccedenze agricole occasionali, e così via. Altrimenti è forte il rischio che per produrre biocarburanti siano introdotte nuove monocolture estensive, con utilizzo elevato di pesticidi e concimi chimici. Ciò comporterebbe inoltre – come purtroppo già succede – l’espulsione di contadini dalle loro terre (il famigerato “land grabbing”). Un possibile modello alternativo è quello del Mali, dove già da diversi anni 700 comunità fanno uso di generatori alimentati da biodiesel ricavato dalla Jatropha curcas una pianta adatta ad essere coltivata in terreni semiaridi e tradizionalmente usata come siepe o pianta medicinale: i generatori producono così l’elettricità necessaria ad illuminare le abitazioni, ad azionare le pompe dell’acqua e le macine da mulino, e ad altri utilizzi essenziali.

Scaturisce da questi appunti, forzatamente sommari, un quadro quanto mai variegato e contraddittorio, e per questo difficile da interpretare. Proviamo a rifletterci a partire da cinque assi di verifica e ragionamento:

  1. A chi servirà questo sviluppo energetico?  due le ipotesi di destinazione:
    1. il mercato locale. In questo caso la realizzazione di nuovi impianti sarebbe funzionale alle economie africane e sarebbe quindi possibile uno sviluppo graduale degli impianti con la possibilità di far maturare l’ecosostenibilità delle tecnologie prima di produrre guasti irreversibili.
    2. i paesi sviluppati. In questo secondo caso l’energia sarebbe prodotta da megaimpianti (sterminate distese di specchi solari nel Sahara o enormi dighe, come Grand Inga sul fiume Congo e Gibe 3 sul fiume Omo) che produrrebbero con ogni probabilità un’ulteriore devastazione ambientale e un ennesimo saccheggio dell’Africa. Gli appetiti in questa direzione da parte delle grandi potenze sono forti e, come si può immaginare, la Cina è ben lanciata. Rientra in questo secondo punto anche il discorso dei biocarburanti, con il rischio di sottrarre terreni fertili al cibo.
  2. Quali partner? Anche se l’Europa è presente, tutto fa pensare a un ruolo dominante della Cina che ha, tra l’altro, quasi il monopolio delle “terre rare”, materie prime indispensabili all’high-tech in campo energetico.
  3. Quale modello di sviluppo? Perché l’Africa ne benefici davvero, questi progetti dovrebbero sostenere uno sviluppo coerente con i principi dell’ecologia alla base dell’attuale svolta energetica. Orientato, quindi, a perseguire “modalità di crescita collettiva in cui non si privilegi un benessere materiale che distrugge l’ambiente e il legame sociale”, per usare le parole di Serge Latouche.
  4. Quale impatto ambientale? Tutte le realizzazioni dovranno tener in massima considerazione questo nodo cruciale, tanto più critico in quanto si è in presenza di equilibri assai delicati in un complesso di ecosistemi fragili e già soggetti agli sconvolgimenti del mutamento climatico.
  5. Quale impatto sociale? E’ un tema altrettanto critico, in quanto la realizzazione di impianti di grandi dimensioni può alterare irreversibilmente antichi equilibri socio-culturali: con esiti potenzialmente disastrosi, perché possono far precipitare intere popolazioni in condizioni di miseria assoluta.

Per concludere: una strategia di difesa dell’ambiente veramente all’altezza della complessità dei problemi che l’umanità si trova in questi anni a fronteggiare, non può essere frutto di un approccio economicistico e non può risolversi nella pura elaborazione di soluzioni tecniche. In questo senso anche la corsa alle energie sostenibili in nome dell’ecologia, se non guidata da un alto senso etico e da un’adeguata valutazione dei valori costitutivi del territorio, potrebbe tradursi – e l’esito sarebbe drammaticamente paradossale – nell’ennesimo saccheggio e nell’ennesima devastazione dell’ambiente: questa volta, forse, senza più margini di recupero.

Un monito, questo, che vale per tutti noi, e non solo per l’Africa.

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