Intervista a Francesco Pastorelli (CIPRA)

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DSC01168 Francesco2 Pastorelli, direttore CIPRA Itali - Ha, davvero, sono in piedi nudi!!!

L’Ing. Francesco Pastorelli è il direttore di Cipra Italia, un’associazione costituita nel 1952 che si occupa dello sviluppo sostenibile e della tutela del patrimonio alpino, dal paesaggio alle aree rurali produttive.  

L’associazione ha lo status di osservatore presso gli organi della Convenzione delle Alpi, il trattato firmato nel 1991 tra i paesi dell’arco Alpino (Italia, Francia, Austria, Svizzera, Germania, Liechtestein, Monaco e Slovenia) per difendere il territorio e promuovere lo sviluppo sostenibile

Recentemente in Val di Susa si è tenuto il seminario Alpi oltre la crisi. Quali sono stati gli argomenti principali?

Nel corso del primo Laboratorio alpino per lo sviluppo Alpi oltre la crisi si è voluto dare voce agli operatori del territorio, in particolare a quelle nuove forme di imprenditoria agricola di montagna, alle nuove forme di turismo ed alle nuove forme di “abitare” la montagna. Il giorno seguente, partendo dalle esperienze locali si è provato ad allargare il campo d’azione all’intero arco alpino italiano, facendo emergere le criticità e le opportunità, in modo da provare a costruire, con l’indispensabile coinvolgimento degli operatori del territorio, strategie innovative per superare l’attuale crisi -non soltanto economica – e costruire un futuro davvero sostenibile per chi vive nelle Alpi.

 Le Alpi non solo come risorsa naturale, ma anche come risorsa economica. In che modo?

Biodiversità, paesaggio naturale e paesaggio culturale sono le vere ricchezze delle Alpi. Una ricchezza da gestire e non da consumare. Occorre essere consapevoli che i boschi, l’acqua, il paesaggio sono elementi che rendono la montagna attrattiva e possono consentire di sviluppare attorno ad essi delle economie (il turismo in primis, ma non solo), ma necessitano di essere gestiti con particolare attenzione. La loro compromissione mediante usi non adeguati oltre a compromettere la loro funzione ecologica e protettiva andrebbe a vanificare lo sviluppo economico sul lungo periodo. Pensiamo da un lato all’importanza delle foreste e dell’acqua, non solo per la regione alpina, ma anche per tutte le pianure che stanno attorno, ma dall’altro quale sviluppo turistico o agricolo può avere sul lungo periodo una valle massacrata da infrastrutture?

 Si parla di buone pratiche per uno sviluppo sostenibile con un approccio locale “dal basso”: quali fra queste pratiche –in concreto- possono rappresentare un esempio da seguire?

Un agricoltore che decide di diventare anche educatore, un gestore di rifugio che si trasforma in tour operator e va a cercare i clienti in tutta Europa, un’azienda agricola che si mette a produrre cosmetici dalla lavanda coltivata in loco, il recupero di una borgata abbandonata invece che la costruzione di nuovi edifici: sono solo alcune delle buone pratiche che sono state presentate. Ma da sole non bastano e neppure è sufficiente che vengano copiate e riprodotte. Abbiamo visto che ci sono delle buone basi, che non manca l’intraprendenza anche in un territorio difficile e ricco di contraddizioni quale la Valle Susa. Il problema delle buone pratiche è che di solito si tratta di situazioni isolate, lasciate all’intraprendenza del singolo, a volte hanno durata limitata nel tempo, spesso la politica, più attenta alle grandi opere, non crede in esse e non le favorisce. Anche per il loro contenuto di innovazione stentano a diventare prassi. Il passaggio da buone pratiche a prassi è fondamentale ed è il più difficile.

 Si è parlato di competizione in un mondo globale. Una sfida turistica fra mete montane oppure un match economico nel contesto produttivo mondiale?

La sfida sta piuttosto nell’essere capaci di costruire dei sistemi territoriali forti. Oggi molto spesso oltre al problema della rivalità da “campanile” tra diverse località vi è una mancanza di sinergia tra territori confinanti e tra operatori dello stesso territorio. Da un lato si inizia a ragionare a livello di macroregione, si intensificano gi scambi internazionali anche grazie alle reti che sono nate nell’arco alpino, ma poi spesso a livello locale capita che l’albergatore non collabori con l’agricoltore suo vicino di casa o che il tal comune faccia scelte strategiche opposte a quelle fatte dal suo confinante.

 Come ritiene possibile coniugare rispetto dell’ambiente e del territorio e crescita economica e della popolazione montana?

Anche nelle Alpi le risorse naturali sono limitate, così come sono limitati gli spazi utilizzabili dalle attività antropiche. Dobbiamo quindi farne un uso parsimonioso e ragionevole. Ma questo non deve impedirci di vivere bene, anzi, mediante la creatività possiamo trovare delle soluzioni che rispettino l’ambiente. In alcune situazioni questo può significare anche che non bisogna intervenire, ritirarsi e non far nulla. Altrimenti occorre cercare le soluzioni che non implicano un consumo crescente di natura e di risorse. Più che pensare ad una crescita –sia in termine di produzione che di popolazione- occorre porsi l’obiettivo di crescere la qualità della vita, perché no, anche con un po’ di sobrietà oltre che di efficienza. E questo nelle Alpi è possibile e in questo le Alpi possono costituire un modello di riferimento.

Chi vive oggi in montagna? Quali sono i trend demografici?

L’andamento demografico non è omogeneo in tutte le Alpi. Questo è il risultato, da un lato di una diversa storia e delle specifiche caratteristiche di ciascuna area, e, dall’altra, delle politiche attuate da ciascuna autorità locale e regionale per attirare nuovi abitanti e nuove imprenditorialità. In Val di Susa, per restare al luogo che ha ospitato il seminario, si ha un ripolamento spontaneo in alta valle, dovuto all’attrattività del settore turistico nei comprensori sciistici, un forte spopolamento in media valle dovuto all’assenza di servizi e mancanza di opportunità di lavoro, e un aumento relativo di abitanti in bassa valle dovuto a persone che lavorano in città, ma abitano in un territorio rurale. Tuttavia osserviamo che il modello turistico dell’alta valle mostra i suoi limiti (economia stagionale, seconde case) mentre il pendolarismo fa dei paesi della bassa valle che gravitano sull’area metropolitana una sorta di dormitorio di periferia. Quindi facciamo anche attenzione a come interpretare i dati sull’andamento demografico. Sono invece interessanti alcuni trend demografici in controtendenza che si riscontrano in alcuni territori alpini caratterizzati dall’innovazione a dall’aver saputo dare risposte alle nuove esigenze degli abitanti delle Alpi: si attrae o si mantiene popolazione, ad esempio, con la nascita di nuove forme di imprenditorialità turistica ed agricola, mediante la riqualificazione di vecchie borgate e la costruzione di edifici ad elevata tecnologia, con la sperimentazione di nuove forme di servizi che fanno uso delle ICT più moderne, con l’attuazione di politiche di mobilità sostenibile.

 

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