IL PUNTO SUL DANNO AMBIENTALE

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Il legislatore nazionale ha enunciato il concetto di danno ambientale sino dall’ormai lontano 1986. L’art. 19 della l. 39/1986 istitutiva del Ministero dell’ambiente, infatti, ne formulava una definizione opportunamente vasta: le conseguenze di qualunque comportamento umano contrario a norme giuridiche o ad atti amministrativi, di natura dolosa oppure colposa, che provochi danno, alterazione o deterioramento anche parziale dell’ambiente. Inoltre, indicava il Giudice ordinario quale giudice competente per le azioni di risarcimento del danno ambientale.

La normativa ha trovato faticosa e sporadica applicazione.

Nell’anno 2004, è intervenuta la direttiva 2004/35/UE che ha codificato per gli Stati membri un quadro giuridico per la responsabilità ambientale, basato sul principio «chi inquina paga».

La direttiva definisce il <<danno>> come mutamento negativo misurabile di una risorsa naturale, o un deterioramento misurabile di un servizio di una risorsa naturale, che può prodursi direttamente o indirettamente. L’entità di tali effetti è da valutare in riferimento alle condizioni originarie, tenendo conto dei criteri dettati dalla direttiva stessa.

Su tali premesse, la direttiva delimita il proprio ambito di applicazione: a) al danno ambientale causato da una delle attività professionali elencate nell’allegato III e a qualsiasi minaccia imminente di tale danno a seguito di una di dette attività; b) al danno alle specie e agli habitat naturali protetti causato da una delle attività professionali non elencate nell’allegato III e a qualsiasi minaccia imminente di tale danno a seguito di una di dette attività, in caso di comportamento doloso o colposo dell’operatore.

Le attività pericolose elencate nell’allegato III (impianti assoggettati ad autorizzazione integrata ambientale, operazioni di gestione dei rifiuti, trasporti di merci pericolose, ecc.) sono dunque soggette ad un regime di responsabilità oggettiva. Negli altri casi, viene richiesta la prova del comportamento doloso o colposo del soggetto che esercita l’attività professionale, intesa come “qualsiasi attività svolta nel corso di un’attività economica, commerciale o imprenditoriale, indipendentemente dal fatto che abbia carattere pubblico o privato o che persegua o meno fini di lucro”.

L’attuazione della direttiva da parte del nostro ordinamento è intervenuta con l’emanazione della Parte VI del d.lgs. 152/2006, che all’art. 300, comma 1, definisce danno ambientale “qualsiasi deterioramento significativo e misurabile, diretto o indiretto, di una risorsa naturale o dell’utilità assicurata da quest’ultima” (si tratta quindi di una definizione che riproduce, nella sostanza, quella di <<danno>> dettata dalla direttiva). Il successivo comma 2, ribadisce che costituisce danno ambientale, a sensi della direttiva citata, qualsiasi deterioramento, in confronto alle condizioni originarie, provocato alle specie e agli habitat naturali protetti dalla normativa nazionale e comunitaria; alle acque interne, mediante azioni che incidano in modo significativamente negativo sullo stato ecologico, chimico e/o quantitativo oppure sul potenziale ecologico delle acque interessate; alle acque costiere ed a quelle ricomprese nel mare territoriale mediante le azioni suddette, anche se svolte in acque internazionali; al terreno, mediante qualsiasi contaminazione che crei un rischio significativo di effetti nocivi, anche indiretti, sulla salute umana a seguito dell’introduzione nel suolo, sul suolo o nel sottosuolo di sostanze, preparati, organismi o microrganismi nocivi per l’ambiente.

Intervenuta la procedura di infrazione 2007/4679, con particolare riferimento alla mancata trasposizione nell’ordinamento italiano del regime di responsabilità oggettiva per le attività pericolose, è stato emanato l’articolo 298-bis per introdurre – in linea con le norme della direttiva – il principio della responsabilità oggettiva risarcitoria, sganciando dall’esistenza del dolo o della colpa la responsabilità per danno ambientale causato da una delle attività professionali elencate nell’allegato 5 alla parte VI del d.lgs. 152/2006 (omologo dell’allegato III della direttiva). Secondo quanto disposto dall’art. 298-bis, la disciplina della Parte VI d.lgs. 152 cit. si applica: a) al danno ambientale causato da una delle attività professionali elencate nell’Allegato 5 e a qualsiasi minaccia imminente di tale danno derivante dalle suddette attività; b) al danno ambientale causato da un’attività diversa da quelle elencate nell’Allegato 5 e a qualsiasi minaccia imminente di tale danno derivante dalle suddette attività, in caso di comportamento doloso o colposo.

L’argomento, ad oggi, appare considerato in modo molto marginale dagli organi di controllo e dalla giurisprudenza. Viene spesso invocato con espressioni demagogiche, ma è ben poco oggetto di disamine giuridiche.

Molto meritoriamente, il dott. Enrico Spagnoli ne ha fatto oggetto della propria tesi di laurea (“Responsabilità e assicurazione del danno all’ambiente: una comparazione tra modello italiano e spagnolo”), quindi ha intervistato sull’argomento l’avv. Maurizio Pernice, Direttore  Generale presso la Direzione Generale per la Salvaguardia del Territorio e delle Acque del Ministero dell’ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare

L’intervista è del 5 maggio 2015, ma mantiene intatta la propria attualità.

Ne riportiamo il testo integrale:http://www.legalinet.it/danno-ambientale-intervista-allavv-maurizio-pernice/#more-616

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