Il pasto come dono e incanto

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Copertina Dall'ecologia all'ecosofia

Il cibo come “forma concreta della fecondità della Terra” e non più semplicemente come oggetto da consumare. Attraverso il cibo, l’uomo può ricostruire il suo rapporto con l’ambiente e tornare ad abitare nel mondo con un senso di sacralità rinnovata nei confronti della natura e degli altri esseri umani

di Luciano Valle

Copertina Dall'ecologia all'ecosofia

Il Progetto epistemico che propongo qui è una nuova filosofia, una nuova ecosofica concezione del rapporto col cibo. Fuori e oltre l’ovvietà empirico-quotidiana perché, come noi non sappiamo più “Abitare” ma solo occupare spazi, così non sappiamo più mangiare ma solo ingurgitare, avere un rapporto meccanico col cibo oggetto.
E mi faccio aiutare dall’Oriente.
Nell’Oriente il rapporto col cibo ha a che fare coll’illuminazione:
- L’illuminazione (il satori) in Buddha avviene non dentro la fase dell’ascetismo e dell’astinenza dal cibo: ma proprio a contatto col cibo. Un contatto che non è empirico-meccanico: l’uomo nuovo, preparato da anni di ascesi, macerazione e digiuno, quando esce dalla foresta e incontra il cibo offertogli da una graziosa fanciulla, grazie a un salto di discontinuità ha l’illuminazione e, sotto l’albero di Bodghaya, diventa Buddha.
- Nel taoismo il respiro e un certo tipo di cibo aprono all’immortalità.
- Nello zen l’autentico mangiare e bere sono illuminazione: allora satori-illuminazione diventa mangiare quando si ha fame (il “mangiare con consapevolezza” di Thich Nhat Hanh).

Il “nuovo umanesimo”, dunque, si apre ad un diverso e rinnovato rapporto col cibo: vuole entrare dentro il suo mistero non vedendolo più solo come oggetto, da svuotare attraverso l’atto del consumo, ma pensandolo in tutta la varietà e densità del suo manifestarsi. Un po’ come una occidentale cerimonia del tè. 
Anche il rapporto col cibo entra, allora, nella costituzione e nel processo di educazione ecosofica.
Intanto il cibo come forma concreta della fecondità della Terra.
Il pane e il vino, ad esempio, elementi-fontalitas che esprimono la dialettica tra terra e attività umana e cultura umana, rimandano ad una complessità dinamico-relazionistica che chiamiamo Natura/Physis.
Il pane e il vino, ovvero il Sole, la Terra, gli alberi, la fotosintesi, il terreno, i sali minerali, i fiori, le erbe, il vento, la pioggia, i passeri. Una rete di relazioni naturali che Bateson e Lovelock chiamano “il Sacro”.
E poi il lavoro dell’uomo, la sua anima storica: fatica, dolore, gioia, speranza. Un’essenza rispettata o calpestata, una dignità vissuta o alienata.
Quindi, campi di grano e vigneti in una arché-oikologica e in un utopia che si fa via via concretezza, ricordati e voluti come espressione di un Progetto del custodire la Terra, dove il lavoro dell’uomo si trasformi in arte di un “nuovo giardino”.
Questo paesaggio Lovelock lo ha visto e amato e ne ha cantata la bellezza già edenica:

Campi che “d’estate sono […] la gloria del Wiltshire, rossi di papaveri confusi tra il grano” a “distesa verde di orzo”, “prati che un tempo erano un giardino di fiori selvatici”, luogo definito dalla intima connessione di “gente e campagna” che vivevano in armonia, in cui il paesaggio era “simile al palcoscenico di un anfiteatro di monti verdi e alberati”. Una “campagna inglese” che era “una grande opera d’arte”, espressione, quasi, di quel “sacro” “che attribuiamo alle cattedrali”, “alla musica e alla poesia”.

Quando, allora, questi prodotti della terra diventano cibo, conservano il loro carattere di bellezza, come relazione di relazioni, quindi sacrale.
Sono già “sacro” nel loro mostrarsi quotidiano. Perciò esigono quella reverenza sapiente che accosta il cibo come ostensorio profano.
Perciò non possono essere semplicemente divorati. Con Heidegger: nell’imparare a ri-Abitare la Terra sta anche il saper accostarsi al cibo. Che non è semplicemente oggetto. E’ anche epifania d’un sacro laico: naturale e sociale (lavoro dell’uomo).
Il mangiare, allora, è anche un accostarsi al mistero della natura, della vita, della dignità del lavoro.
Un “sacro”/relazioni che esige che il momento del mangiare, il pasto, sia ad esso simmetrico. Che sia un’autentica “eu-caristia” laica.
Anche il pasto ha da esser con-vivium, di cui asse centrale è il “cum”, l’essere in com-unione.
Momento di un incontro che ogni volta va vissuto come in-canto.
Come un dono di esserci, di trovarsi attorno ad una tavola, di scambiarsi sguardi, parole, silenzi, filía, amore.
Sacro, insomma, in tutta la densa e complessa fenomenologia della “presenza”/pasto:

- Una tavola imbandita con cura e grazia, come un giardino zen. Con gli elementi del pasto offerti nello splendore del loro darsi naturale e sociale (il “crudo e il cotto” di Lévi-Strauss). Quindi ricchi di colori, profumi, sapori. Ovvero di eros. Dove “sapere” è “sapore” e ambedue, come negli antichi etimi, trovano il luogo della riconciliazione.

- Un tempo che non è il tempo-prestazione che divora cibo e ritmo. Ma è tempo-grazia, tempo-incanto. In cui sguardo, orecchio, intelletto, cuore appaiono “ripuliti”, e si vede il mondo e si vive il mondo (pasto, cibo, comunicazione) come nel tempo dei filosofi di cui ha scritto Nietzsche, in quel vedere la natura pura, come incantata, tra le dieci e le dodici del mattino.

- Uno stare che è un so-stare. Un con-vivium, un banchetto d’amore e di sapienza … Ovvero, come atto diakonico che è espressione di un’offerta d’amore e di un servizio di grazia. Il saper accogliere con grazia dispone al buon pasto come progetto di Koinonia, di comunione fraterna e solidale, che riunisce nel segno dell’agape, le voci plurali che nell’occasione del pasto sperimentano l’unità. E dove sguardo, parola, silenzio esprimono ed incarnano la fenomenologia di una comunicazione che apre all’Altrove.

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