Danno ambientale. L’Italia dice no alla class action?

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Diritto dell'ambiente I post di Donatella Rossi
Bilancia

La class action in Italia e il risarcimento del danno ambientale

di Donatella Rossi

BilanciaEra il 2007 quando l’art. 2, comma 445 – 449, della legge 24 dicembre n. 244 (meglio conosciuta come “Finanziaria 2008”) introduceva anche in Italia la cd. “azione collettiva risarcitoria” ovvero un’azione collettiva dal contenuto risarcitorio che gli utenti ed i consumatori avrebbero potuto esperire per la tutela dei propri diritti. Viene così introdotto nel Codice del Consumo l’art. 140 bis.

 Purtroppo però, si intuì immediatamente, dai primi vagiti, che questo potente strumento di difesa non avrebbe avuto vita facile nonostante, nel corso dei lavori preparatori alla sua stesura, si fosse gettato l’occhio sul modello (riuscito) americano della Rule 23. Il neonato art. 140 bis, nell’originario contenuto, sarà infatti sempre oggetto di rinvio fino ad arrivare alla Legge 23 luglio 2009, n. 99 il cui art. 49, comma 1, con un colpo di ascia addirittura lo riscrive e ne fissa l’entrata in vigore al 1 gennaio 2010. Successivi ritocchi saranno poi proposti dal D.l. 24 gennaio 2012 n. 1, convertito con modificazioni nella L. 24 marzo 2012, n. 27.

La tortuosità normativa e le difficoltà incontrate prima e dopo la stesura dell’art. 140 bis, dal 2007 al 2009, trovano fondamento e giustificazione nelle numerose obiezioni sollevate relativamente al contenuto della norma anche alla luce dei principi comunitari e, soprattutto, della disciplina dell’azione di classe in vigore negli altri Paesi europei e non. Si assiste, pertanto, ad uno tsunami di non poco conto sia a livello normativo sia contenutistico che porta dall’azione collettiva risarcitoria alla attuale azione di classe.

L’originario art. 140 bis (Azione collettiva risarcitoria)

  • limita la legittimazione alla promozione della azione di classe alle sole Associazioni di Consumatori rappresentative a livello nazionale ed iscritte nell’elenco tenuto dal Ministro dello Sviluppo Economico, ad esclusione del singolo cittadino o cittadini riuniti in gruppi. La preclusione si scontra però con il disposto dell’art. 24 della Cost. che garantisce a tutti i cittadini, compresi i non abbienti, l’accesso alla magistratura per difendere i propri legittimi interessi;
  • limita l’esercizio dell’azione alle sole violazioni di una pluralità di diritti dei consumatori e utenti in relazione a rapporti contrattuali conclusi mediante sottoscrizione di moduli o formulari;
  • limita l’oggetto dell’azione all’interesse collettivo inteso come situazione soggettiva riferibile collettivamente ad un insieme di persone;
  • consente che anche i singoli possano aderire all’azione o intervenire nel processo con la conseguente estensione agli stessi del giudicato formatosi nel processo;
  • riserva al Tribunale il vaglio sulla ammissibilità dell’azione (che deve essere manifestamente fondata, priva di conflitto di interessi e contenente un interesse collettivo suscettibile di adeguata tutela);
  • articola l’azione risarcitoria in due fasi: accertamento dell’illecito e liquidazione dei ristori individuali.

L’art. 140 bis come risultante dopo le modifiche della legge 99/2009 (Azione di classe)

  • la legittimazione alla promozione dell’azione viene dilatata fino a ricomprendervi, oltre alle associazioni di cui all’art. 139 del Codice del Consumo, anche il singolo cittadino, il quale può procedere uti singulis o per il tramite di associazioni o comitati cui conferire mandato ad hoc;
  • limita l’oggetto dell’azione ai diritti individuali omogenei che fanno singolarmente capo ai consumatori danneggiati da uno stesso illecito. Pertanto l’azione può applicarsi alle sole ipotesi di responsabilità contrattuale di impresa (ad es. contratti telefonici, polizze assicurative, trasporto passeggeri); responsabilità del produttore per prodotto difettoso nonché ai casi in cui i consumatori abbiano subito le conseguenze derivanti da pratiche commerciali scorrette o comportamenti anticoncorrenziali (ad es. pubblicità ingannevole, cartelli tra le imprese che forniscono energia);
  • non consente più l’intervento di terzi, ma il soggetto interessato può unicamente “aderire” depositando la relativa istanza, accettando di fatto che la sentenza esplichi i suoi effetti anche nei propri confronti (sistema del cd. “opt – in”). L’art. 14 prevede altresì, per chi non aderisce, la possibilità di instaurare autonomo processo in cui denunciare i medesimi fatti costitutivi;
  • conserva, in capo al Tribunale, il vaglio di ammissibilità dell’azione cui si aggiunge anche al controllo dell’identità dei diritti individuali per cui si agisce e la capacità del proponente di curare adeguatamente l’interesse di classe. Con la sentenza che definisce il giudizio, il giudice può liquidare le somme ai singoli consumatori aderenti o procedere (come spesso accade) in via equitativa. A maggior tutela degli utenti/consumatori l’art. 140 bis prevede che la sentenza diventi esecutiva decorsi 180 giorni dalla pubblicazione, confidando in un adempimento spontaneo dell’impresa;
  • non consente la conciliazione e/o transazione della lite, e abbozza la disciplina di un coordinamento per i casi di azioni di classe avviate in parallelo.

Un’attenta lettura delle differenze sopra sintetizzate tra vecchia azione collettiva e nuova azione di classe ci porta, però, ed evidenziare la lacuna più grande, e forse più grave, della nuova disciplina dell’art. 140 bis: la preclusione dell’azione di classe per gli illeciti extracontrattuali a fronte dell’ammissibilità, in via esclusiva, per i diritti contrattuali dei consumatori e utenti.

Si concorda, in tal senso, con chi bacchetta il legislatore dimentico che l’economia processuale potrebbe raggiungere la propria massima espressione proprio introducendo l’azione di classe anche per gli illeciti extracontrattuali, i quali, attualmente, ricevono tutela solo attraverso migliaia di micro procedimenti instaurati, di volta in volta, nei vari tribunali.

L’esclusione è ancor più di non poco conto se la si contestualizza nella materia ambientale.

Al momento si ritiene che l’azione di classe non sia azionabile per il danno ambientale perché è proprio il dettato normativo dell’art. 140 bis ad escluderlo Ma c’è chi ritiene che per l’esperibilità della tutela, rientrante nelle aree cd. “border line”, occorra individuare il fondamento della responsabilità (contrattuale/extracontrattuale) di ogni singolo illecito per verificare l’ammissibilità dell’azione. In buona sostanza, se l’illecito può essere “contrattualizzato” la tutela è accordata, diversamente è esclusa.

Significativa, al riguardo, è quanto affermato dalla Corte di Appello di Firenze, nella ordinanza del 14.11.2011, laddove nel precisare che la class action è ammissibile solo in presenza di un rapporto contrattuale formalizzato e può essere promossa soltanto in presenza di un rapporto contrattuale direttamente sussistente tra le parti, non ritiene rilevante l’eccezione con la quale i ricorrenti tentavano di ricondurre la fattispecie dedotta (di natura extracontrattuale) alla figura del cd. “contatto sociale”, ossia alla figura con la quale si indica una relazione che intercorre tra due o più soggetto che, pur priva di regolamentazione contrattuale, comporta l’insorgere di una serie di doveri di collaborazione, finalizzati a salvaguardare le rispettive posizioni e le corrispettive aspettative.

Risulta pertanto necessario un nuovo ulteriore intervento legislativo finalizzato alla reintroduzione nell’ambito oggettivo della tutela di classe anche l’illecito extracontrattuale con la conseguenza che troverebbero ristoro “di classe” tutti coloro ai quali qualcun altro abbia arrecato un danno ingiusto (in ragione dell’art. 2043 c.c.). Le premesse ci sono tutte: la sentenza di Torino sull’amianto (che ha riconosciuto il disastro doloso e colposo), o l’ultima pronuncia sul caso “ILVA” (che ha accertato immissioni moleste e dannose di polveri…maggiore contaminazione ambientale), non sono che un esempio di apertura di una nuova pagina per quanto riguarda, più in generale, i crimini ambientali e le relative tematiche dell’ambiente.

Vi è di più. Così facendo la azione di classe sarebbe altresì caratterizzata dalla costituzionalità dei diritti tutelati. Pensiamo all’art. 32 che tutela il diritto alla salute e applichiamolo al caso “ILVA”: se le immissioni moleste e dannose di polveri creano un danno all’ambiente e agli abitanti circostanti perché non consentire loro di “armarsi e partire” insieme, riducendo i tempi di azione, disgregando alcune lawer’s lobbies ed abbattendo i costi della giustizia??

Rebus sic stantibus, non si comprende come sia ancora possibile escludere dalla tutela di cui all’art. 140 bis le conseguenze di simili azioni e comportamenti considerato che il danno ambientale riceve già una tutela (art. 18 della Legge n. 349 del 1986), seppur negativa. Sebbene, infatti, diretta a far cessare un comportamento o un atto considerato illecito, non offre la possibilità di ottenere anche un risarcimento…non può sempre averla vinta l’interesse economico!

Bibliografia

DE CASTELLO V., Class Action Italiana ed effettiva tutela dei consumatori, in www.altalex.com 
LATHAM & WATKINS, Client Alert, n. 994 del 17.03.2010 
COSTA D., L’azione di classe: la via italiana verso la class action. Analogie e differenze tra i due istituti a seguito delle modifiche introdotte dal decreto liberalizzazioni, in http://www.iusinaction.com 
MUSSO S., Processo Eternit attraverso le lenti del diritto ambientale e della sociologia”

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