CASO UBER: SI PRONUNCIA LA CORTE COSTITUZIONALE

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Con sentenza n. 265/2016, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge della Regione Piemonte 6 luglio 2015, n. 14 per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera e), Cost.
Detta norma, in sostanza, vietava l’ingresso sul mercato per il servizio di trasporto non di linea a chiamata basato sull’omonima app Uber.

Per salvare la legittimità della norma, la Regione ha richiamato le pronunce di alcuni Giudici di Pace, relative a sanzioni amministrative applicate a chi offriva tali servizi e l’ordinanza 2 luglio 2015 del Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di impresa “A”, che aveva ritenuto sleale la concorrenza praticata da alcuni gestori di piattaforme informatiche nei confronti dei tradizionali operatori del settore dei trasporti non di linea di persone.
Tuttavia, ha precisato la Corte, definire quali soggetti siano abilitati a offrire talune tipologie di servizi è decisivo ai fini della configurazione di un determinato settore di attività economica: si tratta di una scelta che impone un limite alla libertà di iniziativa economica individuale e incide sulla competizione tra operatori economici nel relativo mercato.

Tale profilo rientra a pieno titolo nell’ampia nozione di concorrenza di cui al secondo comma, lettera e), dell’art. 117 Cost., la quale include sia gli interventi regolatori che a titolo principale incidono sulla concorrenza, quali le misure legislative di tutela in senso proprio, che contrastano gli atti ed i comportamenti delle imprese pregiudizievoli per l’assetto concorrenziale dei mercati; sia le misure di promozione, che mirano ad aprire un mercato o a consolidarne l’apertura, riducendo i vincoli alle modalità di esercizio delle attività economiche, in particolare le barriere all’entrata, e al libero esplicarsi della capacità imprenditoriale e della competizione tra imprese.
Rientra pertanto nella competenza legislativa esclusiva statale per la tutela della concorrenza definire i punti di equilibrio fra il libero esercizio di attività siffatte e gli interessi pubblici con esso interferenti.

Da ultimo, la Corte ha rilevato che rispetto all’assetto delineato dalla legislazione statale in vigore, che risale nei suoi tratti essenziali al 1992, l’evoluzione tecnologica e i cambiamenti economici e sociali conseguenti, suscitano questioni variamente discusse non solo nelle sedi giudiziarie, ma anche presso le autorità indipendenti e le istituzioni politiche, per la pluralità degli interessi coinvolti e i profili di novità dei loro intrecci. In particolare, con riguardo ad alcune modalità di trasporto a chiamata mediante applicazioni informatiche, molti interrogativi sono attualmente in discussione anche in seno all’Unione Europea, in molti degli Stati che ne fanno parte, nonché in numerosi altri ordinamenti in tutto il mondo.

E’ necessario ed auspicabile, ha concluso la Corte, un inquadramento giuridico univoco e aggiornato ad opera del legislatore.

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